L’uso aziendale, spesso sottovalutato, è una vera e propria fonte del diritto del lavoro. La Corte di Cassazione, con l’ordinanza 16171/2025, lo ribadisce chiaramente: ha la stessa efficacia di un contratto collettivo aziendale. Questo significa che può essere modificato – anche in senso peggiorativo – da nuove fonti collettive, purché nel rispetto dei principi di buona fede e correttezza.
Un punto chiave riguarda il superminimo: se non è legato a meriti specifici o a particolari mansioni, può essere assorbito da futuri aumenti contrattuali. Ma attenzione: se il superminimo è stato riconosciuto per qualità o complessità del lavoro svolto, il lavoratore può opporsi all’assorbimento, dimostrandone la natura “speciale”.
Il comportamento dell’azienda che non assorbe il superminimo a fronte di diversi aumenti contrattuali, crea un uso aziendale. Detta prassi, finisce con obbligare il datore di lavoro?
La Cassazione chiarisce che l’uso aziendale non può vincolare il datore di lavoro per sempre. Serve una disdetta motivata, comunicata in modo trasparente e coerente con l’evoluzione dell’organizzazione.
Un tema che tocca da vicino la gestione delle risorse umane e la contrattazione collettiva.