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Cassazione: non basta la sproporzione della sanzione per provare la natura ritorsiva del licenziamento

La Corte di Cassazione (Cass. n. 2274/2024) si è recentemente pronunciata sul caso di un dipendente, gerente di un negozio, che era stato trasferito da una sede ad un’altra. Il trasferimento era stato impugnato dal lavoratore ed era stato dichiarato illegittimo dal Tribunale di primo grado, che aveva ordinato il ripristino del rapporto di lavoro presso la sede originaria.

Rispristinata la sede, dopo pochi mesi, il lavoratore cominciava a ricevere una serie di contestazioni disciplinari (per mancanze relative alla disposizione dell’abbigliamento in negozio; per la custodia, presso il proprio domicilio anziché nel negozio, della carta di debito aziendale; per l’errata esposizione di prezzi dell’abbigliamento; per errata richiesta al Comune dell’autorizzazione ad una vendita promozionale. Le sanzioni disciplinari venivano peraltro impugnate dal lavoratore).

Infine, il datore di lavoro inviava un’ultima contestazione, addebitandogli: “di aver avuto una discussione con la collega in relazione a questione sui recuperi di ore straordinario, degenerata con lo strattonamento per un polso della donna e con temporaneo impedimento (alla stessa) di allontanarsi dalla zona ove la discussione si svolgeva”. Oltre a ciò, nella medesima contestazione gli veniva contestato la non corretta disposizione della merce nel negozio e l’errore in un cartellino. Sulla base di tale contestazione, l’azienda licenziava il dipendente per giusta causa.

La Corte d’Appello confermava la sentenza di primo grado e la natura ritorsiva del licenziamento, sulla base di tale motivazione: “Non è corretto l’assunto della difesa secondo cui la mera sussistenza del fatto addebitato consente di escludere che vi sia un unico ed esclusivo motivo determinante il licenziamento costituito dall’intento ritorsivo. Diversamente basterebbe verificare la sussistenza di qualsiasi fatto, seppure di minimo rilievo disciplinare, per consentire al datore di licenziare il dipendente senza che l’intento di rappresaglia rilevi”.

La Corte di Cassazione ribaltava tale sentenza evidenziando che:

  • nella giurisprudenza di legittimità, il licenziamento per ritorsione è considerato nullo “quando il motivo ritorsivo, come tale illecito, sia stato l’unico determinante dello stesso, ai sensi del combinato disposto dell’art. 1418, secondo comma, e degli artt. 1345 e 1324 c.c.” (Cass. n. n. 17087 del 2011);
  • la sentenza si è posta in contrasto con la più consolidata giurisprudenza di Cassazione in quanto ha ritenuto decisivamente determinante, per escludere la natura ritorsiva del licenziamento, il difetto di proporzionalità tra condotta e sanzione “così finendo per confondere e per sovrapporre le categorie della nullità e della illegittimità del recesso”.

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